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I ruoli di genere fra stereotipi e discriminazione

by Velma J. Starling

 

Sabato 2 dicembre si è conclusa, a Imola, la prima edizione della rassegna “Donne di Carattere”, organizzata dal polo emiliano-romagnolo di Ewwa con la collaborazione del Comune di Imola e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola.

Il tema della giornata finale era “Chiavi di lettura: la figura femminile nei media”. Questo perché la comunicazione mass-mediatica, di ogni tipo (quotidiani, riviste, spot e cartelloni pubblicitari, programmi televisivi e radiofonici, pagine web), propone spesso immagini di donne stereotipate e ferme a vecchi cliché di stampa misogino e patriarcale.

Ne abbiamo parlato durante la mattinata con Gloria Brolatti, giornalista e blogger (cliccate su http://www.emoticibo.com/ ), che per molti anni ha lavorato nell’editoria delle riviste femminili, tra cui “Donna Moderna” nella sua fase di massimo successo, quella in cui era riuscita a sdoganarsi dalla patina di frivolezza e superficialità di cui tante pubblicazioni apparentemente analoghe erano rivestite, per dedicare spazio anche ad argomenti che riguardavano il vissuto quotidiano di tante donne tra problematiche familiari, sentimentali, lavorative. Le vendite si aggiravano sul milione di copie a numero, e in un pubblico tanto numeroso erano molte  le lettrici che scrivevano alla redazione per fornire opinioni e testimonianze su argomenti spesso impegnativi: indipendenza economica, divorzio, alimenti, relazioni in crisi, rapporti con i figli, gestione del nucleo familiare. “Donna Moderna”, insieme alle altre riviste femminili che seguirono il suo esempio, ebbe quindi un ruolo importante nella crescita di un pubblico femminile che ampliava i suoi orizzonti sociali e culturali, il che contribuiva a sua volta a rafforzare una presa di coscienza forte a proposito di diritti e di indipendenza dal giudizio e dalle aspettative di quella parte di società ancora dominata da un modello prettamente maschile.

Proprio quella presa di coscienza che, spiegava l’altra relatrice della mattinata Cristina Obber, giornalista specializzata in questioni di genere (http://cristinaobber.it/), le nuove generazioni stanno perdendo. Il vento di protesta e autodeterminazione femminile che aveva soffiato impetuoso negli anni Sessanta e Settanta ha perso il suo slancio, forse perché i diritti ottenuti appaiono oggi come definitivamente acquisiti e impossibili da mettere a rischio. Invece il rischio c’è, perché da circa vent’anni a questa parte diversi media, tra cui in particolare la televisione che ha un fortissimo potere di penetrazione nelle case di tutti noi, hanno ricominciato a proporre con insistenza modelli femminili datati, anche se in apparenza più sfacciati e contemporanei. Come ha dimostrato anche l’ormai celebre documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù (https://www.youtube.com/watch?v=HRiWySgOS3A), una rappresentazione della donna in termini sessisti e offensivi è diventata normale amministrazione per l’intrattenimento televisivo ma non solo: anche la pubblicità continua spesso a proporre immagini di donne provocanti e a volte volgari come strumento per vendere, convertendo idealmente anche quei corpi in oggetti di cui si può disporre.

Qual è il risultato di questa “marcia indietro”? Una cultura misogina che viene assorbita con naturalezza dalle giovani generazioni e porta a conseguenze gravi: la scarsità di modelli culturali femminili complessi, che vadano oltre la “bella oca”, la “madre di famiglia” e così via; la violenza vista come parte integrante del rapporto di coppia (“lui le ha dato uno schiaffo ma lei se l’era pure cercata”); l’ossessione per la bellezza come massimo valore da perseguire (inizia ad andare di gran moda, come regalo per i 18 anni delle ragazze, la somma di denaro necessaria per una plastica al seno); la tendenza a mostrare sempre più il proprio corpo, attitudine che in determinati contesti non è un’affermazione di libertà ma, al contrario, l’adeguarsi a ciò che “gli altri” si aspettano.

Possibili soluzioni per arginare questa deriva? Sono soprattutto di ordine culturale e istituzionale. È necessario lavorare con le nuove generazioni, quindi nelle scuole secondarie (medie e superiori), dove c’è ancora spazio di manovra per proporre ai ragazzi e alle ragazze modelli culturali e comportamentali alternativi a quelli con cui vengono bombardati da mass-media e social network. Anche le istituzioni possono fare la loro parte con provvedimenti mirati (ad esempio, proprio a Imola il Comune ha emesso un’ordinanza con cui sono vietate le affissioni di manifesti pubblicitari di stampo sessista) e iniziative culturali indirizzate alla cittadinanza.

Esiste per fortuna anche un’editoria sana, che anzi fa della lotta alla discriminazione di genere il cardine della propria attività. Durante la sessione pomeridiana è stata infatti nostra ospite Monica Martinelli, direttrice editoriale di Settenove (http://www.settenove.it/), una casa editrice nata appunto con l’intento di aprire una strada nuova per questo genere di tematiche. Questa scelta nasce dalla constatazione che, perfino nell’editoria scolastica e negli albi illustrati per bambini, i ruoli attribuiti alla donna sono del tutto secondari, stereotipati, subordinati a quelli maschili, quando non addirittura inesistenti: in particolare nei libri di storia, la figura femminile emerge in casi più unici che rari. Questo nonostante esista il Codice di autoregolamentazione POLITE atto a regolamentare le pari opportunità nei libri di testo (1996-2000) e nonostante esista la convenzione CEDAW delle Nazioni Unite (risalente al 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e violenza verso la donna tramite, fra le altre cose, la rimozione degli stereotipi di genere. Non va dimenticata anche la Convenzione di Istanbul (risalente al 2011, ratificata dall’Italia il 19 giugno 2013, entrata in vigore ad agosto 2014) la quale, nell’ambito della lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, insiste sulla necessità di un profondo lavoro culturale (a partire dai materiali didattici per le scuole di ogni ordine e grado) per sradicare i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti delle donne. Settenove Edizioni pubblica quindi albi illustrati e romanzi YA tenendo sempre presenti linee guida, quali un linguaggio esplicito ma usato in modo corretto; un’attenzione che non si ferma ai protagonisti ma si estende al contesto nel quale essi si muovono; il rifiuto di qualunque forma di erotizzazione della violenza; il rifiuto degli stereotipi sulla violenza. Quando in una storia ci sono personaggi che subiscono violenza, essi non vengono genericamente vittimizzati ma anzi viene data loro un’identità forte che passa attraverso il loro nome, il loro carattere, la loro personalità.

Sempre nel pomeriggio è intervenuta anche Elisa Rossi, sociologa e docente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, che ha contribuito a inquadrare il tema della giornata da un punto di vista teorico, rifacendosi alle considerazioni di studiosi che hanno affrontato il tema, a partire da Dennis McQuail che già nel 1968 notava come i mass-media si concentrino sui valori dominanti della società, lasciando poco spazio ad alternative o a visioni critiche della realtà e limitandosi a proporre le immagini (di donna, di uomo e di famiglia ideali ) che la maggioranza di quella società si aspetta. Altri studiosi (come Niklas Luhmann, Saveria Capecchi, Erving Goffman, Joshua Meyrowitz), nei decenni successivi, hanno approfondito i meccanismi dei mass-media e il loro ruolo nell’influenzare l’identità (sociale, personale, di genere, culturale) dei loro fruitori, nel selezionare cosa proporre al pubblico rafforzando le categorie dominanti, nell’imporre una visione del mondo che spesso contiene e promuove stereotipi di genere (mediante rappresentazioni convenzionali e ruoli iper-tradizionali) grazie a cui fornire una visione della realtà semplice, immediatamente comprensibile, comoda da gestire. Il problema nasce quando dagli stereotipi discendono i pregiudizi, che a loro volta generano discriminazioni, che nei casi più gravi sfociano nella violenza.

Un esempio eclatante in tal senso è la pubblicità. Le donne sono spesso rappresentate in ruoli tradizionali (casalinghe, mogli, madri) e subordinate all’uomo, oppure a sua disposizione come oggetti sessuali affascinanti e seducenti. In rarissimi casi vengono proposte figure femminili alternative, ad esempio manager, scienziate, politiche (si veda a questo riguardo il documentario “Miss Representation” di Jennifer Siebel Newsom, di cui online è disponibile un lungo trailer: https://www.youtube.com/watch?v=8ap2xnMcvpw). Al contrario, gli uomini sono generalmente in posizione dominante, svolgono mestieri di successo, hanno poco o nulla a che fare con la cura della famiglia e della casa, sono dotati di un istinto sessuale e un desiderio “irrefrenabili“. Oltretutto, per quanto l’ipersessualizzazione e la mercificazione del corpo delle donne siano diffuse, esse non portano a risultati tangibili in relazione alle vendite dei prodotti reclamizzati. Problemi analoghi si riscontrano nell’ambito non solo della rappresentazione ma anche della narrazione: i tradizionali ruoli di genere sono spesso presentati come ovvi e inevitabili, asimmetrici, tendenti anche qui all’oggettivazione del corpo della donna. Talvolta riescono ad essere più fluidi e a presentare una maggiore pluralità di situazioni possibili.

Strumenti come lo IAP (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria, http://www.iap.it/, a cui si possono segnalare pubblicità sessiste), il Progetto «Immagini amiche» promosso dall’UDI (http://www.udinazionale.org/), alcuni gruppi Facebook come “ La pubblicità sessista offende tutti” (https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/about/) si propongono di sensibilizzare l’opinione pubblica al problema e ottengono alcuni risultati interessanti. La recente attenzione a questi argomenti ha portato, in alcuni casi, a cambiamenti di rotta interessanti: pubblicità di giocattoli non più categoricamente suddivisi tra “per maschi” e “per femmine” ma interscambiabili, rappresentazioni di donne impegnate non solo in famiglia ma anche nel lavoro extradomestico, uomini che al contrario appaiono impegnati nel lavoro domestico e di cura altrui. Se quindi da un lato i mass-media contribuiscono alla perpetuazione dei ruoli di genere e delle aspettative di ruolo, hanno anche in potenza la capacità di proporre alternative migliori e, se non determinare, quantomeno influenzare, stavolta in senso positivo invece che negativo, percezioni e comportamenti sociali.

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