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Viaggiare è vivere.

“E non c’è niente di più bello dell’istante che precede il viaggio, l’istante in cui l’orizzonte del domani viene a renderci visita e a raccontarci le sue promesse”. Milan Kundera.

Ho sempre amato viaggiare. O meglio, ne ho sempre sentito la necessità viscerale, prepotente, esigente. Non sono mai stati importanti né il mezzo né la meta: ciò che conta è partire. Una valigia leggera, un groviglio di eccitazione e timore sotto lo sterno e occhi e cuore spalancati per accogliere il nuovo, il diverso, l’altro da sé. Ovunque io sia stata sono sempre tornata insieme a un nuovo pezzetto di me, risvegliato dal torpore e pronto a stupirsi e gioire. Questa è, a mio parere, la grande ricchezza del viaggio: la scoperta continua di se stessi. Non esiste viaggio migliore o peggiore, più o meno istruttivo. Dalle grandi metropoli alle montagne più impervie, dai deserti più aridi alle colline laboriose, ciascun luogo ha la capacità di riflettere una parte di noi stessi, e rimandarcela più chiara e consistente. Non ci sono confini nel viaggio, anzi. Viaggiare abbatte quelli che esistono dentro di noi.

Viaggiare è tacere, ascoltare, meravigliarsi, comprendere. E’ sfida, scoperta, umiltà, arricchimento.

“Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni. Una gioia egoistica forse, ma una gioia, per colui che sa dare valore alla libertà. Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque, e partire alla conquista del mondo”. Isabelle Eberhardt.

 Non avrei potuto esprimere in modo migliore questa sensazione, la Eberhard ha descritto perfettamente quello che provo: stranieri e tuttavia a casa ovunque.

E’ così che mi sono sentita già il secondo giorno del mio ultimo, agognato viaggio a New York. Quindici giorni intensi e vissuti a piene mani, la cui meraviglia mi accompagna ancora adesso ad ogni risveglio.

Ci tengo a precisare che io sono, di indole, un’amante della montagna. Del silenzio e della solitudine. Del mare d’inverno e degli orizzonti infiniti. Ma quella città mi incuriosiva da tempo, e finalmente eccola lì: palazzi svettanti che riflettono i colori del cielo, abbracciati gli uni agli altri come fossero naufraghi su un’isola. Traffico caotico, rumore costante e odori indefinibili. Ma anche innumerevoli parchi rigogliosi, alcuni quasi selvaggi come l’Innwood Hill Park dove ho camminato a lungo senza incontrare anima viva. Angoli pittoreschi come il West Village o Brooklyn, con le strade alberate sulle quali si affacciano le case in mattoni rossi con le scalinate che scendono fino al marciapiede. A sud di Prospekt Park c’è un quartiere di splendide case in stile americano, con i prati tagliati alla perfezione, il barbecue in giardino e le auto parcheggiate sui vialetti.

Mi rendo conto che non sto dicendo nulla di nuovo, che questa città l’abbiamo vista così tante volte in televisione che ormai tutti la conosciamo un po’.

Il vero motivo per cui volevo vederla era per respirarne l’atmosfera, per verificare come avrei reagito in una realtà così invadente e insonne. Immaginavo mi sarebbe piaciuta, per l’energia che vi avrei trovato. Ma non credevo mi sarei sentita così a casa. E in quei quindici giorni di solitudine mi sono avvicinata a un’altra parte di me, che rischiavo di smarrire e dimenticare: quella che ha bisogno di mettersi in gioco, di superare i propri limiti e le proprie paure, di trovare il coraggio di cambiare strada quando quella in cui si è finiti è un vicolo cieco.

Naturalmente non è necessario allontanarsi tanto da casa per fare un viaggio dentro e con se stessi. Di certo è importante muoversi, camminare su strade sconosciute, abbattere consuetudini e pigrizia, confrontarsi con situazioni e persone differenti ed essere sempre pronti a stupirsi e imparare.  Questo è quello che mi ripeto ogni qualvolta la quotidianità diventa un macigno che piega le spalle: basta un po’ di forza per alzare la testa e guardare verso l’orizzonte.

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