Un sorriso dritto al cuore

imageIl silenzio che avvolgeva il maneggio in quella fredda mattina di febbraio era inquietante. Erano giorni che il vento soffiava senza sosta, ammucchiando polvere e aghi di pino contro il muro della stalla e rendendo nervosi uomini e cavalli.

Max era abituato a svegliarsi all’alba senza bisogno di puntare la sveglia, ma quella mattina il silenzio l’aveva ingannato e quando aveva aperto gli occhi il sole illuminava deciso un cielo azzurro e senza nuvole. Aveva gettato irritato le gambe fuori dal letto e si era rifugiato sotto la doccia, nella speranza di liberarsi dello stordimento che gli provocava lo svegliarsi più tardi del solito. Il getto potente dell’acqua gli aveva sciolto le spalle muscolose ma l’irritazione era rimasta. Mentre si vestiva e annodava i lunghi capelli neri dietro la testa con gesti rabbiosi, Max rimuginava sulla causa del suo malumore. O meglio, si sforzava di non pensarci. Non gli piaceva quella sensazione di incertezza che serpeggiava da giorni nello stomaco. Soprattutto perché non riusciva a scacciarla e non aveva idea di come gestirla.

Scese in cucina a prepararsi il primo di una lunga serie di caffè poi, indossando il pesante giubbotto di pelle, uscì sotto il portico con la tazza bollente tra le mani.

Era una giornata splendida. Il vento dei giorni precedenti aveva reso l’aria tersa e luminosa, e i colori di cielo e terra sembravano vivi e più intensi del solito. Inspirò l’aria frizzante e si appoggiò alla colonna del portico. Greta sarebbe arrivata a giorni, con il marito e il figlio, e non vedeva l’ora di rivederla. Mancava da un paio di settimane e, sebbene da quando aveva sposato quell’attore succedeva spesso che si assentasse per raggiungerlo da qualche parte, le era mancata più del solito. Aveva fatto fatica ad accettare il suo matrimonio con un altro, ma il tempo aveva rafforzato la loro amicizia e ora lei era l’unica con la quale lui riuscisse a confidarsi.

Una voce che canticchiava un motivo sconosciuto interruppe i suoi pensieri. Max sospirò e strinse gli occhi contro il riverbero della luce per individuarne la provenienza.

Una figura imbacuccata in un piumino verde e un berretto bianco di lana con un gigantesco pon pon sulla cima sbucò dall’angolo sinistro della scuderia con una grande scopa in mano. Spazzava la polvere e gli aghi di pino ammucchiati dal vento e cantava allegra e stonata ignara della sua presenza.

Max avvertì il cuore fare una capriola nel petto e trattenne a fatica un sorriso. Per uno che sorrideva tanto di rado era un’esperienza curiosa sentire l’esigenza di farlo tanto spesso. E irritante. Esattamente come Vittoria, la proprietaria della voce, che era entrata come un tornado nella sua vita gettandolo in uno sconosciuto stato confusionale.

Vitty era una delle due socie di Greta, e lavorava al maneggio da quando quest’ultima aveva avviato il progetto di un centro di ippoterapia. Era una fisioterapista, minuta ed energica, con lunghi capelli ricci e rossi e occhi grandi e verdi come i prati in primavera. Avevano iniziato a discutere il giorno stesso in cui era arrivata e da un anno i battibecchi erano all’ordine del giorno. Per quanto Max era taciturno e amante del silenzio, lei era esuberante e chiassosa. Lui ponderava con calma ogni decisione mentre lei partiva in quarta senza nemmeno pensare alla fattibilità. Vitty lo definiva un vecchio pauroso e Max si difendeva accusandola di essere incosciente e irresponsabile. Però era molto brava nel suo lavoro e i piccoli pazienti che venivano al centro l’adoravano.

Da un po’ di tempo a quella parte, ogni volta che si incontravano, una leggera sensazione di imbarazzo li avvolgeva. Lui si trovava a corte di parole più del normale e lei non lo aggrediva come era solita fare. Max si rifiutava di analizzare il motivo di quel cambiamento, limitandosi ad essere più burbero e scontroso del solito. Aveva bisogno di parlare con Greta.

«Ehi cowboy!» lo apostrofò Vittoria quando si accorse di lui «Non mi offri un caffè?»

Ecco. Anche per quel giorno la quiete era finita. Vitty si avvicinò al portico con un sorriso stampato sul viso e gli occhi che brillavano. Era bellissima.

«Poi potresti anche aiutarmi a ripulire. Voglio addobbare il centro prima dell’arrivo di Greta!»

«Addobbare?» sbottò lui sospettoso.

«Certo! Tra pochi giorni è San Valentino e quale occasione migliore per accogliere i due innamorati?»

«Non ho capito» brontolò Max confuso «Cosa vorresti addobbare?»

«Beh, pensavo di organizzare una piccola festa di benvenuto nel recinto interno» continuò lei imperterrita «Palloncini rossi, festoni, cibo e alcol..»

«Risparmiami i cuori..»

«Il solito guastafeste!»

«Ma perché dobbiamo organizzare una festa? Greta va e viene almeno una volta al mese!»

«Ma perché è San Valentino!» esclamò Vitty esasperata «Quale migliore occasione per festeggiare la favola di Greta e Ian?»

Naturalmente Vittoria sapeva dell’affetto che aveva legato Max alla sua socia in passato, ma visto che lui aveva finito per accettare Ian e il loro matrimonio non si faceva problemi a parlarne.

«Credo che quel giorno avrò da fare.»

«E io credo di no» replicò Vitty puntando i pugni sui fianchi «Per una volta puoi smetterla di sforzarti di fare il duro. Ormai lo sanno anche i muri che hai un cuore. Puoi negarlo quanto vuoi ma ho le prove.»

«Ah si?» Max inarcò un sopracciglio scettico. E di nuovo si ritrovò a dover trattenere un sorriso.

«Basta guardare quello che hai realizzato qui» proseguì lei indicando con il braccio il nuovo fabbricato con le stanze e i servizi per il centro che Max aveva costruito a sue spese per realizzare il sogno di Greta.

«Lo vuoi questo caffè?» brontolò staccandosi dalla colonna e rientrando in casa. Vittoria scoppiò a ridere e lo seguì all’interno. La stanza che si apriva davanti a lei l’aveva sempre affascinata. Ogni volta che entrava era come fare un viaggio nel tempo, nei famosi ranch dei film americani. L’arredamento era spartano e molto maschile, così come gli odori, un misto di cuoio, dopobarba e fieno che Vittoria trovava inebrianti. L’ambiente era pulito, i mobili in legno scuro brillavano di cera e l’odore di caffè che impregnava l’aria rendevano l’atmosfera calda e accogliente.

«Non lo vuoi più il caffè?» Max la guardava dalla soglia della cucina con le tazze in mano e Vittoria si affrettò a raggiungerlo.

«Grazie» esclamò portando la tazza alle labbra e distogliendo lo sguardo dall’uomo. Avrebbe potuto stilare una lista di difetti lunga da lì al mare, ma ogni volta che gli stava vicino sentiva gli zoccoli dei cavalli scalpitare nello stomaco. Come poteva piacergli Mister Simpatia? Vederlo sorridere era raro quanto i fiocchi di neve a ferragosto. Borbottava e brontolava come una pentola a pressione e mai una volta che apprezzasse uno scherzo o una battuta. Vittoria si era ripetuta spesso che non poteva bastare l’aspetto fisico a supplire tutti quei lati negativi. Fisico asciutto, spalle larghe e muscolose, lunghi capelli scuri come gli occhi, che vedevi raramente visto che non si separava quasi mai dagli occhiali da sole, mani grandi e forti e gambe stranamente dritte per essere un cowboy. Vittoria era consapevole che era quello che si celava dietro quel bell’involucro e quelle maniere sgarbate ad averla colpita. Ora che aveva ammesso con sé stessa che quell’uomo le piaceva, doveva affrontare il passo successivo: era ricambiata? Era stanca di quel trambusto sotto lo sterno ogni volta che lo incontrava e visto che dovevano lavorare nello stesso posto meglio chiarire se doveva mettere una pietra sopra ai suoi sogni romantici oppure poteva continuare a coltivarli. Da qui a inventarsi la festa di San Valentino il passo era stato breve.

La scusa di voler accogliere con i dovuti onori Greta e Ian non era del tutto errata: la storia d’amore tra quei due era stata una bellissima favola, seppur con i dovuti tormenti, e Vitty sperava di smuovere quel testardo di Max con una serata dedicata all’amore. Esasperarlo per carpire la verità.

«Andiamo?» lo esortò rendendogli la tazza «Ho una scopa anche per te.»

«Non ci penso nemmeno» brontolò di rimando.

Un’ora più tardi il piazzale antistante le stalle era perfettamente pulito e Vitty gridava istruzioni a Max sulle scatole piene di addobbi da prendere dalla macchina e portare nel recinto. Lo costrinse a salire sulla scala per appendere i festoni mentre cantava a squarciagola canzoni d’amore strappandogli più di un sorriso. Le mani si erano sfiorate più volte mentre si passavano i palloncini da gonfiare e i cavalli scalpitanti nello stomaco di Vittoria erano diventati una mandria dopo aver colto uno sguardo particolarmente intenso di Max nella sua direzione.

A mezzogiorno l’aria nella scuderia era più bollente che dentro una sauna e, con la scusa di preparare il pranzo, Max si defilò.

Vittoria si sedette esausta su una panca di legno ai bordi del recinto, sospirando. Quell’uomo le piaceva da morire. Era ruvido, diretto, spiccio ma gli occhi non riuscivano a nascondere la passione e la gentilezza. Quando, per un breve attimo, i loro sguardi si erano incrociati, aveva sentito le gambe cedere. A quanto pareva l’organizzazione della festa di San Valentino aveva sortito i suoi effetti: lei non gli era indifferente. E adesso? Il suo cuore romantico prevedeva che fosse lui a fare la mossa successiva, a dispetto della parità dei sessi e del capovolgimento dei ruoli del ventunesimo secolo. Ma conosceva la sua ostinazione. E soprattutto la sua paura di innamorarsi.

Nel frattempo, in cucina, Max stava preparando la pasta imprecando contro sé stesso e le donne. Una in particolare. Come aveva fatto ad invitarla a pranzo? Le parole gli erano uscite dalla bocca senza che potesse fare nulla per fermarle. Lui amava stare solo, amava il silenzio e la quiete. E Vitty era una valanga di parole e rumore. Eppure quando le stava vicino si sentiva bene, aveva voglia di ridere e abbracciarla. Appunto, abbracciarla. C’era stato un momento in cui si sarebbe impossessato volentieri delle sue labbra rosse, attratto dalla loro sensualità e da quel sorriso perenne fatto per essere baciato.

Ecco. Perfetto. Si era rincoglionito. Nemmeno con Greta era arrivato a tanto. E lei era stata la donna che aveva amato di più nella sua vita.

Eppure Vittoria gli era entrata sotto pelle come il sole dell’estate e lui non sapeva più come comportarsi. Era troppo vecchio per buttarsi in una storia senza preoccuparsi delle conseguenze se questa andava male. Ma sarebbe riuscito a tenere il cuore barricato per il resto della sua vita? Aveva la sensazione che Vittoria non si sarebbe fatta scrupoli ad abbattere i suoi muri. Ne aveva tutte le capacità. E lui non era tanto sicuro di voler resistere.

Se avesse avuto vent’anni sarebbe stato più facile, pensò mentre scolava la pasta. E invece con il doppio di esperienze era tutto più complicato. E poi chi era quel cretino che aveva inventato San Valentino?

Quando un po’ di acqua bollente gli bagnò la mano imprecò lasciando andare la pentola nel lavello.

«Accidenti!» sbottò passandola sotto l’acqua fredda.

«Tutto bene?»

Max non si era accorto che Vittoria era entrata in casa e ora guardava la mano scottata con gli occhi spalancati di preoccupazione.

«Non è niente» borbottò.

«Ho una crema speciale per le scottature» continuò lei sollecita «È in macchina. La vado a prendere..»

«Non importa» la interruppe irritato «Non è niente.»

Due smeraldi colmi di stupore lo fissarono confusi. Aveva usato un tono più brusco del necessario e guardandola si sentì mortificato. E frustrato. Cosa gli stava succedendo?

«Scusami» borbottò abbassando gli occhi.

Vittoria gli voltò le spalle, recuperando la pentola e afferrando il colapasta.

«Non preoccuparti» la interruppe posandole una mano sul braccio «Faccio io.»

Lei mollò tutto e si girò a guardarlo, gli occhi che sprizzavano rabbia e dispiacere.

«Scusa. Dimentico quanto tu preferisca stare solo. Fare tutto da solo. Parlare da solo. Vivere da solo. Mi chiedo perché tu mi abbia invitata qui.»

Max tacque, interdetto, e Vittoria ne approfittò per dirigersi verso il grande salone dove aveva lasciato la giacca.

«Vitty, aspetta!»

Lei proseguì imperterrita, afferrò il giubbotto e si avviò alla porta.

«Vuoi ascoltarmi per una volta?» In pochi passi Max l’aveva raggiunta piazzandosi davanti all’uscita e bloccandole il passaggio.

«Ho già capito tutto» sbottò lei, il viso rivolto verso l’alto per guardarlo negli occhi e il piccolo naso punteggiato di lentiggini che vibrava di indignazione.

«Sempre la solita presuntuosa» replicò Max mentre un sorriso si faceva strada sulle labbra.

«Come ti permetti?» strillò puntando i pugni sui fianchi stretti. «Tu sei..»

Un bacio rovente le impedì di proseguire. Max le aveva preso il viso tra le mani e si era impadronito della sua bocca, lasciandola senza fiato.

«Io sono?» sussurrò a fior di labbra.

«Sei un … un..» Max le sorrise e Vittoria sentì il sangue ribollire nelle vene. «Stai zitto e baciami» gli intimò gettandogli le braccia al collo «La lista è lunga.»

Max scoppiò a ridere, una risata profonda e sensuale, e la sollevò con facilità da terra, stringendola a sé e riprendendo a baciarla.

Si augurava che il caro Valentino gli portasse fortuna perché aveva intenzione di buttarsi anima e corpo tra le braccia di quella donna.

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