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“Sì, vabbè, ma sei una donna.”

Riapro questo diario di viaggio per parlare di un nuovo incontro letterario: è stata un’estate di belle letture e di conoscenze interessanti e, come sempre, mi piace fissare con le parole le sensazioni provate.

Stefania Auci è stata, fino a questo momento, solo una conoscenza virtuale. Ho sempre seguito i suoi post, appassionati e senza fronzoli, abbiamo scambiato qualche chiacchiera ma senza approfondire l’amicizia. Questa estate avevo acquistato il suo romanzo, incuriosita dalla storia e dal clamore. Era rimasto nella pila insieme a tanti altri fino a quando un’amico, che mi ha sempre dato consigli di lettura strepitosi, non mi ha suggerito con particolare enfasi di leggerlo. Ed è così che ha scavalcato tutta la pila. L’ho letto in pochi giorni, assaporandone i passaggi, la scrittura fluida e pulita, gli approfondimenti curati ma mai pesanti. Una storia con protagonisti forti e ben tratteggiati, una Palermo così viva da poterne respirare i profumi e vederne i colori. Un bellissimo romanzo. Negli ultimi tempi ho avuto qualche difficoltà a trovare letture che mi coinvolgessero e per questo voglio ringraziare ancora una volta Stefania Auci. Non passa giorno in cui io non legga. I libri sono compagni di viaggio insostituibili e, quando mi capita di chiudere l’ultima pagina e sentire una piccola fitta di dispiacere per doverlo riporre, allora significa che ho speso bene il mio tempo.

Stefania Auci all'Auditorium A.Biagi di BolognaStefania è una bella persona. Un sorriso pulito e sincero, a tratti quasi intimidito dalla folla che aveva riempito l’Auditorium. Quando mi sono presentata mi ha abbracciata con trasporto e anche questo mi ha detto molto di lei. È stato piacevole ascoltarla: i tre anni di lavoro per terminare il romanzo,  la passione per la storia, il desiderio di scrivere il romanzo che avrebbe voluto leggere.

Arturo Balostro, il libraio della Mondadori che la intervistava, le ha chiesto come fosse la sua giornata tipo,. E se, secondo lei, nel mondo dell’editoria italiana essere donna facesse differenza rispetto all’essere uomo. Stefania ha raccontato che si sveglia alle 5, fa colazione e qualche lavoretto in casa poi scrive fino alle 7, quando si prepara per andare a scuola dove lavora come insegnante. Quando rientra al pomeriggio si dedica ai figli adolescenti e alla famiglia. E qui si è allacciata alla seconda parte della domanda, sostenendo che alle donne viene dedicato meno spazio nel mondo editoriale, che vengono guardate con un occhio di sussiego. Spesso, quando racconta del suo quotidiano, si è sentita rispondere: “Sì, vabbè, ma tu sei una donna!” E non sempre a dirlo sono stati uomini, purtroppo.

Noi donne facciamo 2/3 lavori, siamo state educate che è così che dobbiamo fare, occuparci della casa, del benessere dei figli e del marito. E se ci ritagliamo il nostro spazio per dedicarci a noi stesse, lo paghiamo in sensi di colpa. Ma non dobbiamo sentirci colpevoli o manchevoli se lasciamo che sia nostro marito a occuparsi della casa e dei figli. Che collabori con noi nella gestione della famiglia.

Questa affermazione mi ha riportato alla lettura che avevo terminato la sera precedente Una Donna di Sibilla Aleramo, pubblicato nel 1906. Alcuni passaggi mi sono rimasti impressi per la loro attualità. “Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda questo servaggio. […] Se una buona volta la fatal catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità.” 

Per quanti progressi siano stati fatti, e tante le catene spezzate, più ancora dei sensi di colpa, la donna che non sopprime se stessa rischia di venire giudicata, isolata. Spesso proprio dalle persone che si immagina debbano sostenerla e aiutarla.

 

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